giovedì 1 dicembre 2022

IL LIOCORNO


Non solamente i poeti e gli artisti hanno avuto la fantasia sbrigliata creando cose ed animali immaginari quali Scilla e Cariddi, l’Idra di Lerna, Cerbero ed il Minotauro, ma anche naturalisti, viaggiatori ed uomini di scienza si sono nei secoli passati sbizzarriti coll’infarcire i loro scritti di descrizioni di animali in tutto od in parte immaginari, sia nella forma che nelle qualità e ciò in seguito ad osservazioni male eseguite, peggio in­terpretate od inventate di sana pianta.
Il Liocorno esposto al Museo di Stria dell'Arte Sanitaria
(Sala Capparoni)
Una di queste osservazioni male interpretate nell’an­tichità, deve essere stata quella che è servita a creare il leggendario animale detto liocorno, unicorno od alicorno, il cui corno eburneo piantato fra le orecchie alla sommità della testa, oltre altre peculiari proprietà terapeutiche, aveva quella di rivelare lavvelenamento dei cibi e delle be­vande, preservandone nel tempo stesso, con la polvere pro­veniente dalla raschiatura quelli che li avevano ingeriti.
Secondo alcuni antichi naturalisti il liocorno aveva la grandezza di un cervo, con il corpo e le membra che lo riavvicinavano ad un cavallo, fornito di criniera e con la coda provvista di un ciuffo di peli terminali e le unghie degli zoccoli fesse ed un bel corno d’avorio a tortiglione grosso alla base ed appuntito all’estremità che si inseriva alla sommità del cranio. Quest’animale ferocissimo e fortis­simo e di difficilissima cattura amava molto i profumi e diveniva docile e mansueto alla vista di una giovane vergine e bella alla quale accorreva per riposare la testa sul grembo. Di questo fatto se ne giovavano i cacciatori per catturarlo, sostituendo alla vergine un bel giovane, molto profumato e ricoperto d’un ampio mantello, il quale, dopo che l’animale aveva posto la testa sul suo petto per riposare, gliela avvolgeva nel mantello, permettendo così ai cacciatori di catturarlo. Ce lo riferisce il napoletano Giambattista Porta linceo, nella sua opera sulla Magìa natu­rale (edizione 1607).
Se la proprietà dell’unicorno di riposare con la testa sul seno di una vergine, è rimasta identica in tutti gli scrittori che hanno detto di questo animale, è stata viceversa la sua forma quella che ha cambiato con i diversi autori. Plinio, il grande naturalista dell’antichità, morto nel 79 d. C., per aver voluto osservare troppo da vicino la spaventosa eruzione del Vesuvio, che distrusse Ercolano e Pompei, ce lo descrive con il corpo di cavallo, la testa di cervo, i piedi di elefante, la coda di cinghiale e con un corno lungo due cubiti (Historiae. lib. VII, cap. 21). Aristotele pure ce ne dà una descrizione dettagliata, ma confessa di non averlo mai veduto. Nel medioevo la credenza in questo animale andò crescendo. Isidoro di Siviglia, e scendendo nel tempo troviamo che Marco Polo lo descrive un poco più piccolo di un elefante con testa di suino, mentre altri gli hanno attribuito la forma di un bianco caprone. Il Petrarca gli fa tirare il carro della castità e nel « Roman d’Alexandre » stampato nel 1512 descrive le diverse sembianze attribuite al liocorno si da questa descrizione
Nel secolo XVII Sieur Pomet nel suo Livre des drogues ne descrive 5 varietà che hanno la forma sia di un cavallo con gli zoccoli fessi, che di un antilope. La varietà Camphur aveva i piedi posteriori come i carnivori, mentre gli anteriori erano come quelli dei fissipedi e la coda era simile a quella di un cane. Un’altra varietà che viveva nelle regioni bagnate dal Mar Rosso si chiamava Pirassoipi ed aveva due comi. Ciò può infatti spiegare l’origine del liocorno. Infatti in Abissinia e nella Somalia esiste una varietà di antilope le cui corna sono diritte e ravvicinate l’una all’altra. Se l'animale è veduto di profilo sembra abbia un sol corno. Tutti gli antichi scrittori hanno dato quale patria dell’alicorno l’Oriente. Fra le altre proprietà che aveva il corno di questo animale vi era quella di purificare l’acqua fangosa resa imbevibile da animali velenosi che si erano immersi, proprietà importantissima della quale l’animale se ne serviva, immergendo il proprio corno negli acquitrini prima di dissetarsi. Da ciò nel medioevo si, dedusse avere il corno anche la proprietà di rivelare la presenza del veleno nei cibi e nelle bevande, qualora artatamente ed a scopo delittuoso vi fosse, stato messo. In tutti i Bestiari del medioevo questa ultima proprietà è sempre ricordata oltre l’indomabilità e la fierezza, che l’animale perdeva nel riposare il capo su di un seno verginale. La presenza del veleno era rivelata, da un trasudamento del corno, posto al disopra della vivanda intossicata, mentre il veleno nelle bevande si faceva manifesto quando una quantità di bollicine si sollevavano da un pezzo di corno immessovi. Su queste proprietà e sulle sue qualità farmaceutiche ne diremo dopo.
Da questo animale prese il nome una nobile famiglia romana quella degli Alicorni, che aveva le sue case nei pressi di S. Pietro. Esso è stato anche preso quale insegna araldica per significare la fortezza, la giustizia e la purezza. Gli Estensi infatti lo avevano quale emblema atavico. Lo troviamo anche nelle imprese araldiche personali di Clemente VII e di Papa Farnese. Il cardinale Crivelli alla raffigurazione dell’animale aveva fatto aggiungere il motto “Pour sauver leautè” e Bartolomeo d’Alviano quello di Venena pello, posto al di sotto di un liocorno che immerge la sua difesa in acqua avvelenata. Ecco il passo di Paolo Giovio che lo ricorda « Bartolomeo d’Alviano capitano della fazione degli Orsini prese Viterbo e annientò, la fazione dei Gatteschi in favore dei Maganzesi, dicendo questa essere il pestilenziale veleno della città. Ed il loro capo Giovanni Gatto essendo stato ucciso, l’Alviano fece porre sul suo stendardo l’animale chiamato liocorno, la cui proprietà è contraria a qualsivoglia veleno, rappresentato presso una sorgente — dove brulicavano aspidi, rospi e serpenti venuti a bere — mentre immergeva il suo corno nell’acqua prima di dissetarsi per purificarla del veleno come è sua abitudine e la bestia aveva al collo questa leggenda Venena pello » Lo stemma della casa regnante di Inghilterra è sorretto da un leone e da Un liocorno.
Gli artisti hanno spesso raffigurato quest’animale come insegna araldica o quale simbolo di purità vicino ad alcune sante vergini cristiane. Ricordo lo splendido arazzo detto la Dame a la licorne del museo di Cluny; la tappezzeria del secolo XIV di tipo verdura del castello di Mantova, dove fra vari animali è raffigurato anche il liocorno; l’altra ricordata negli inventari dell’antico castello di Chambery, ove era raffigurata un liocorno tra tre cacciatori ed una regina; un cofanetto d’avorio della raccolta Carrand al museo del Bargello di Firenze, ove l’animale leggendario si salva dai cacciatori rifugiandosi presso Santa Cristina; il rovescio della medaglia di Cecilia Gonzaga del celebre medaglista quattrocentesco Pisanello, ove il liocorno ha la forma di un grosso caprone con il suo bravo corno sulla fronte e ciò per ricordare la purezza della Gonzaga. Domenico Zampieri fra le scene da lui affrescate nel palazzo Farnese in Roma figura quella del feroce liocorno ammansito dalle carezze di una purissima vergine ed il Moretto da Brescia lo ha raffigurato ai piedi di S. Giustina. Benvenuto Cellini nella sua vita ricorda il bel lavoro di oreficeria ordinatogli dal Papa del sacco di Roma per un magnifico corno di liocorno di grandissimo valore acquistato per 17.000 ducati di Camera per essere donato a Francesco I. Il Cellini quale montatura, aveva immaginato una bella testa di animale con i caratteri fra quelli del cervo e del cavallo, con il corno impiantato sommità della testa, e questi preziosi corni erano doni ricercati oltre che per la loro qualità, specie se erano completi, anche per le loro qualità antivelenose, terapeutiche e rivelatrici di bevande o cibi avvelenati. Per le qualità terapeutiche troviamo ricordato l’unicorno da Marsilio Ficino, da Musa Brasavola, dal Mattioli e da quasi tutti i medici del ’500, come rimedio non solo contro qualsivoglia veleno, ma anche contro l’ubriachezza, l’epilessia, le convulsioni, nei morbi frenetici, nelle febbri pestilenziali, negli avvelenamenti per funghi etc. Da un estratto di un conto di farmacia per un elettuario fornito nel 1530 alla badessa di Jouarre rileviamo questa prescrizione nella quale entrava il corno di liocorno; 1 gros de perles, 8 grains de licorne, 1 scrupule de corail, 2 grains de coeur de cerfs, le tout dorè de fin or. Carbonelli nel suo studio storico «Come vivevano i primi Conti di Savoia» riporta che il liocorno fu somministrato ad Amedeo VIII, il Conte Rosso, alla fine di ottobre del 1391 e che la sua stessa moglie contessa Bona raschiò la polvere del corno. Quale rivelatore dell’avvelenamento dei cibi o bevande il corno era tenuto nelle case, ma per il suo prezzo eccessivo, direi quasi d’affezione, erano generalmente le case dei regnanti o quelle dèi gran signori, che potevano permettersi il lusso d’averne uno intero. Chi non poteva spendere tal prezzo doveva accon­tentarsi di frammenti, che molto spesso erano artistica­mente montati in oro e pietre. I corni interi con delle viere in oro che ne coprivano la punta e con un cappellotto dello stesso metallo lavorato, che ne chiudeva la base, venivano conservati in astucci ricoperti di marocchino de­corato con dorature impresse a piccoli ferri. Alcuni di que­sti esemplari interi sono arrivati fino a noi, quali quello del tesoro della corona d’Inghilterra, conservato alla Torre di Londra; quello della chiesa di S. Dionigi a Parigi, ove esisteva prima dell’ondata devastatrice della rivoluzione francese; i due del tesoro di S. Marco in Venezia, quello del Museo Civico di Bologna, quello conservato nel Museo dell’Accademia di Sto­ria dell’Arte Sanitaria in Roma; l’altro dell’antica farma­cia Pesci a Fontana di Trevi (Roma); quello conservato, in Roma nella casa del marchese Patrizi, ambedue montati su di una testa dell’ani­male scolpita in legno nel secolo XVIII; ed in ultimo l’esemplare montato a foggia di bastone appartenuto a Laz­zaro Spallanzani e conservato nel Museo Spallanzaniano di Reggio-Emilia. Si ha memoria di possessori di questo corno nelle persone di Papa Leone X, nelle cui spese personali è notata l’ingente somma pagata dal pontefice ad un mercante di Francia che pagò uno di questi preziosi oggetti solo scudi 12.000 perché mancava della punta. Il cardinal Madruzzi vescovo di Trento 1547 ne possedeva uno lungo come un corno di bue, ma che facilmente era una imitazione dato il prezzo mitissimo che fu pagato. Piccole coppe fatte con l’avorio del corno venivano adoperate per contenere — prima di sorbirle — le bevande che si sospettavano avvelenate. Per quest’uso però erano più adoperate tazze ricavate dal corno di rinoceronte (monoceros). Tazze con ricchissime decorazioni internamente ricoperte di avorio di unicorno si conservano in Danimarca nel castello di Rosenborg.
Fin verso la fine del secolo XVI si è continuato a credere alle molteplici virtù di questo corno. Torquato Tasso nel 1588 scriveva ad Angelo Grillo a Genova di «procurargli un pezzo di questo avorio e descrivergli il modo di usarlo». La difesa dell’Alicorno, di questa bestia della quale tutti parlavano ma che nessuno aveva veduto, proveniva dall’Oriente ed essendo questo commercio molto lucroso, presto ne furono fatte falsificazioni con corno di cervo o con avorio di zanna di elefante. Forse quello conservato al Museo Civico di Bologna è una falsificazione di quest’ultimo genere. La fede indiscussa sull’azione terapeutica, antitossica e preventiva per i cibi e le bevande avvelenate durò fin verso la fine del secolo XVI, ma pian piano l’osservazione più accurata e l’esperimento cominciando a farsi strada, sorse il dubbio sulle doti di questa sostanza. Il primo ad insorgere fu il medico trentino Andrea Marini, seguito a breve distanza da Gian Filippo Ingrassia, il quale nel suo « Methodus dandi relationes » scritto nel 1578, asserì che il corno di Liocorno non aveva alcuna proprietà di rivelare i veleni mescolati ai cibi e che il ribollire della bevanda, in cui il corno era immesso, dipendeva dal sostituirsi del liquido all’aria contenuta negli spazi dell’avorio (e ciò specie nel caso in cui il corno fosse stato fossile). « E’ duobus enim, quae de ipso referuntur, alterum quidem, quod praesente veneno resudet, fai- sissimus esSe rectius Ponzetta declaravit; alterum vero ridiculum est, quoniam scilicet in aqua eo iniecto spuma quaedam supematare conspiciatur ; ac si non idem omnibus aridis ossibus, quam praetiosis lapidibus, contingeret; dum in cavernulas illas porosque subingreditur aqua, in- ternusque interim aer propulsus e vestigio sursum petat, spumamque portiunculis aquae immixtus generet; sed nec evidens juvamentum praeter immaginàtionem ex eius as-sumptione conspeximus ». E delle proprietà antitossiche del corno dubitarono o del tutto le negarono nel secolo XVI anche Silvatico, Augusto Ricchi, Monardes ed Ambrogio Paré, il grande chirurgo francese ugonotto, al quale Carlo IX la notte di S. Bartolomeo salvò la vita, nascondendolo nella sua stanza da letto.
Scosse così dalle basi le virtù medicamentose della portentosa sostanza, sorse il desiderio di conoscere a quale animale, essa realmente appartenesse. E la scoperta, come è stato anche per molte altre, avvenne per puro caso. Il medico e naturalista danese Ole Worm (1588-1654), che da giovane aveva per 6 mesi seguito a Padova i corsi di Fabrizio d’Acquapendente e che ingiustamente ha dato il suo nome alle ossa sopranumerarie del cranio umano già scoperte da Bartolomeo Eustachi, possedeva una bella raccolta di oggetti appartenenti alla medicina e storia naturale, uno cioè di quei musei privati sorti nel secolo XVII e che sono stati i padri dei musei pubblici. Di questa raccolta aveva in un grosso volume in folio « Historia rariorum musei Wormiani » pubblicato postumo nel 1655, illustrato i pezzi scelti fra i quali il cranio di un cetaceo di media grandezza con la mascella superiore terminante in un grosso corno di avorio a tortiglione ed appuntito simile a quello del liocorno. Questo importante esemplare gli era stato donato da un gentiluomo danese chiamato Frijs ed il catalogo diceva essere stato trovato in una spiaggia di Groenlandia. Circa 50 anni dopo (1671) un altro naturalista Federico Martens asserì che questo cranio apparteneva ad un genere di cetacei, che i groenlandesi e gli islandesi chiamavano Narwhal, cioè balena che si nutre di cadaveri. Era quindi trovato l’animale da sostituire al leggendario liocorno. A quest’animale i pescatori irlandesi davano intensa caccia, giacché ne usavano la carne e l’olio ricavato dal grasso. Se apriamo un testo moderno di storia naturale e cerchiamo fra i cetacei la voce narvalo, troviamo che con questo nome è indicato un genere che insieme al delfino ed alla focena costituisce la seconda tribù dei cetacei. Il narvalo, che di poco differisce dalla focena, è caratterizzato da una singolare arma di offesa e difesa. Dei due denti incisivi della mascella superiore uno si atrofizza, mentre l’altro per compenso si allunga straordinariamente in linea retta in forma di troncone di lancia medioevale da giostra. Esso è di avorio, arrotondato, scanalato a spira, terminante a punta e lungo un terzo del corpo dell’animale, ma che in casi eccezionali può arrivare quasi alla metà. Questo cetaceo vive in frotte nei mari che bagnano l’Islanda e la Groenlandia. E’ velocissimo nel nuoto e ciò costituisce una difficoltà per la sua cattura isolata. I pescatori si sono valsi per cacciarlo dell’abitudine che ha il narvalo di vivere in branchi. Stretti allora da diverse barche finiscono per intralciarsi l’un l’altro ed impediti così nei loro movimenti vengono facilmente presi con la fiocina. L’avorio del dente di narvalo è bellissimo, ma tende, al giallo. Le difese dei narvali fossili sono molto più scure ed in questi casi essendosi l’avorio tramutato in calcare da luogo, gettato nell’acqua, ad uno sviluppo di bollicine d’aria alla sua superficie. Nel medioevo questo fenomeno dette luogo alla credenza che ciò rivelasse l’avvelenamento delle bevande. Gli islandesi fabbricano con l’avorio del dente di narvalo le punte delle frecce e delle fiocine ed i piuoli per la costruzione delle loro capanne. Dice Figuier che, dopo conosciuta l’origine del leggendario corno dell’Alicorno, « in breve l’unicorno cessò di essere un oggetto di prezzo esorbitante a cagione della sua rarità e delle sue pretese virtù».
Gli artisti medioevali svedesi, norvegesi ed islandesi della scultura in avorio adoperarono spesso il dente, di narvalo per farne figure dei pezzi degli scacchi, laminette, ornate di bassorilievi per cofanetti, coperture di specchi e pettini. Perfino il trono dei re danesi, ora castello di Rosenborg, venne intagliato in tal genere di avorio. E per la fortuna delle cose il celebre corno di quell’animale leggendario che impersonava la ferocia, la fortezza e la purezza, passò dal laboratorio dello speziale e dalla camera da pranzo di re e di principi nello studio dei naturalisti e nelle vetrine dei loro musei a dimostrare le armi potenti, di cui la natura fornisce alcuni animali. E se Cuvier ripeteva « da un unghia posso ricostruire un leone, ex ungue leonem » per il narvalo si potrebbe giustamente sostenere « ex dente narvalum ».

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