Non
solamente i poeti e gli artisti hanno avuto la fantasia sbrigliata
creando cose ed animali immaginari quali Scilla e Cariddi, l’Idra di Lerna,
Cerbero ed il Minotauro, ma anche naturalisti, viaggiatori ed uomini di scienza
si sono nei secoli passati sbizzarriti coll’infarcire i loro scritti di
descrizioni di animali in tutto od in parte immaginari, sia nella forma che
nelle qualità e ciò in seguito ad osservazioni male eseguite, peggio interpretate
od inventate di sana pianta.
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| Il Liocorno esposto al Museo di Stria dell'Arte Sanitaria (Sala Capparoni) |
Secondo alcuni antichi naturalisti
il liocorno aveva la grandezza di un cervo, con il corpo e le membra che lo
riavvicinavano ad un cavallo, fornito di criniera e con la coda provvista di un
ciuffo di peli terminali e le unghie degli zoccoli fesse ed un bel corno
d’avorio a tortiglione grosso alla base ed appuntito all’estremità che si
inseriva alla sommità del cranio. Quest’animale ferocissimo e fortissimo e di
difficilissima cattura amava molto i profumi e diveniva docile e mansueto alla
vista di una giovane vergine e bella alla quale accorreva per riposare la testa
sul grembo. Di questo fatto se ne giovavano i cacciatori per catturarlo,
sostituendo alla vergine un bel giovane, molto profumato e ricoperto d’un ampio
mantello, il quale, dopo che l’animale aveva posto la testa sul suo petto per
riposare, gliela avvolgeva nel mantello, permettendo così ai cacciatori di
catturarlo. Ce lo riferisce il napoletano Giambattista Porta linceo, nella sua opera sulla Magìa
naturale (edizione 1607).
Se la proprietà dell’unicorno di riposare con la testa
sul seno di una vergine, è
rimasta identica in tutti gli scrittori che hanno detto di questo animale, è
stata viceversa la sua forma quella che ha cambiato con i diversi autori.
Plinio, il grande naturalista dell’antichità, morto nel 79 d. C., per aver
voluto osservare troppo da vicino la spaventosa eruzione del Vesuvio, che
distrusse Ercolano e Pompei, ce lo descrive con il corpo di cavallo, la testa
di cervo, i piedi di elefante, la coda di cinghiale e con un corno lungo due
cubiti (Historiae. lib. VII, cap. 21). Aristotele pure ce ne dà una descrizione
dettagliata, ma confessa di non averlo mai veduto. Nel medioevo la credenza in
questo animale andò crescendo. Isidoro di Siviglia, e scendendo nel tempo troviamo che Marco Polo lo
descrive un poco più piccolo di un elefante con testa di suino, mentre altri
gli hanno attribuito la forma di un bianco caprone. Il Petrarca gli fa tirare
il carro della castità e nel « Roman d’Alexandre » stampato nel 1512 descrive le diverse sembianze attribuite al
liocorno si da questa descrizione
Nel secolo XVII Sieur Pomet nel suo Livre des drogues ne descrive 5 varietà che hanno la forma sia di
un cavallo con gli zoccoli fessi, che
di un antilope. La varietà Camphur aveva i piedi posteriori come i carnivori,
mentre gli anteriori erano come quelli dei fissipedi e la coda era simile a
quella di un cane. Un’altra varietà che viveva nelle regioni bagnate dal Mar
Rosso si chiamava Pirassoipi ed aveva due comi. Ciò può infatti spiegare
l’origine del liocorno. Infatti in Abissinia e nella Somalia esiste una varietà
di antilope le cui corna sono diritte e ravvicinate l’una all’altra. Se
l'animale è veduto
di profilo sembra abbia un sol corno. Tutti gli antichi scrittori hanno dato
quale patria dell’alicorno l’Oriente. Fra le altre proprietà che aveva il corno
di questo animale vi era quella di purificare l’acqua fangosa resa imbevibile
da animali velenosi che si erano immersi, proprietà importantissima della quale
l’animale se ne serviva, immergendo il proprio corno negli acquitrini prima di
dissetarsi. Da ciò
nel medioevo si, dedusse avere il corno anche la proprietà di rivelare la
presenza del veleno nei cibi e nelle bevande, qualora artatamente ed a scopo
delittuoso vi fosse, stato messo. In tutti i Bestiari del medioevo questa
ultima proprietà è sempre ricordata oltre l’indomabilità e la fierezza, che
l’animale perdeva nel riposare il
capo su di un seno verginale. La presenza del veleno era rivelata, da un
trasudamento del corno, posto al
disopra della vivanda intossicata, mentre il veleno nelle bevande si faceva
manifesto quando una quantità di bollicine si sollevavano da un pezzo di corno
immessovi. Su queste proprietà e sulle sue qualità farmaceutiche ne diremo dopo.
Da questo animale prese il nome una nobile famiglia
romana quella degli Alicorni, che aveva le sue case nei pressi di S. Pietro.
Esso è stato anche preso quale insegna araldica per significare la fortezza, la
giustizia e la purezza. Gli Estensi infatti lo avevano quale emblema atavico.
Lo troviamo anche nelle imprese araldiche personali di Clemente VII e di Papa
Farnese. Il cardinale Crivelli alla raffigurazione dell’animale aveva fatto
aggiungere il motto “Pour sauver leautè” e Bartolomeo d’Alviano quello
di Venena pello, posto al di sotto di un liocorno che immerge la sua
difesa in acqua avvelenata. Ecco il passo di Paolo Giovio che lo ricorda « Bartolomeo d’Alviano capitano della fazione
degli Orsini prese Viterbo e annientò, la fazione dei Gatteschi in favore dei
Maganzesi, dicendo questa essere il pestilenziale veleno della città. Ed il
loro capo Giovanni Gatto essendo stato ucciso, l’Alviano fece porre sul suo
stendardo l’animale chiamato liocorno, la cui proprietà è contraria a
qualsivoglia veleno, rappresentato presso una sorgente — dove brulicavano
aspidi, rospi e serpenti venuti a bere — mentre immergeva il suo corno
nell’acqua prima di dissetarsi per purificarla del veleno come è sua abitudine
e la bestia aveva al collo questa leggenda Venena pello » Lo stemma
della casa regnante di Inghilterra è sorretto da un leone e da Un liocorno.
Gli artisti hanno spesso raffigurato quest’animale
come insegna araldica o quale simbolo di purità vicino ad alcune sante vergini
cristiane. Ricordo lo splendido arazzo detto la Dame a la licorne del
museo di Cluny; la tappezzeria del secolo XIV di tipo verdura del castello di
Mantova, dove fra vari animali è raffigurato anche il liocorno; l’altra ricordata
negli inventari dell’antico castello di Chambery, ove era raffigurata un
liocorno tra tre cacciatori ed una regina; un cofanetto d’avorio della raccolta
Carrand al museo del Bargello di Firenze, ove l’animale leggendario si salva
dai cacciatori rifugiandosi presso Santa Cristina; il rovescio della medaglia
di Cecilia Gonzaga del celebre medaglista quattrocentesco Pisanello, ove il
liocorno ha la forma di un grosso caprone con il suo bravo corno sulla fronte e
ciò per ricordare la purezza della Gonzaga. Domenico Zampieri fra le scene da
lui affrescate nel palazzo Farnese in Roma figura quella del feroce liocorno
ammansito dalle carezze di una purissima vergine ed il Moretto da Brescia lo ha
raffigurato ai piedi di S. Giustina. Benvenuto Cellini nella sua vita ricorda il
bel lavoro di oreficeria ordinatogli dal Papa del sacco di Roma per un
magnifico corno di liocorno di grandissimo valore acquistato per 17.000 ducati
di Camera per essere donato a Francesco I. Il Cellini quale montatura, aveva
immaginato una bella testa di animale con i caratteri fra quelli del cervo e
del cavallo, con il corno impiantato sommità della testa, e questi preziosi corni erano doni ricercati oltre che
per la loro qualità, specie se erano completi, anche per le loro qualità
antivelenose, terapeutiche e rivelatrici di bevande o cibi avvelenati. Per le
qualità terapeutiche troviamo ricordato l’unicorno da Marsilio Ficino, da Musa
Brasavola, dal Mattioli e da quasi tutti i medici del ’500, come rimedio non
solo contro qualsivoglia veleno, ma anche contro l’ubriachezza, l’epilessia, le
convulsioni, nei morbi frenetici, nelle febbri pestilenziali, negli
avvelenamenti per funghi etc. Da un estratto di un conto di farmacia per un
elettuario fornito nel 1530 alla badessa di Jouarre rileviamo questa
prescrizione nella quale entrava il corno di liocorno; 1 gros de perles, 8
grains de licorne, 1 scrupule de corail, 2 grains de coeur de cerfs, le tout
dorè de fin or. Carbonelli nel suo studio storico «Come vivevano i
primi Conti di Savoia» riporta che il liocorno fu somministrato ad Amedeo VIII,
il Conte Rosso, alla fine di ottobre del 1391 e che la sua stessa moglie
contessa Bona raschiò la polvere del corno. Quale rivelatore dell’avvelenamento
dei cibi o bevande il corno era tenuto nelle case, ma per il suo prezzo
eccessivo, direi quasi d’affezione, erano generalmente le case dei regnanti o
quelle dèi gran signori, che potevano permettersi il lusso d’averne uno intero.
Chi non poteva spendere tal prezzo doveva accontentarsi di frammenti, che molto
spesso erano artisticamente montati in oro e pietre. I corni interi con delle viere in oro che
ne coprivano la punta e con un cappellotto dello stesso metallo lavorato, che
ne chiudeva la base, venivano conservati in astucci ricoperti di marocchino decorato
con dorature impresse a piccoli ferri. Alcuni di questi esemplari interi sono
arrivati fino a noi, quali quello del tesoro della corona d’Inghilterra,
conservato alla Torre di Londra; quello della chiesa di S. Dionigi a Parigi,
ove esisteva prima dell’ondata devastatrice della rivoluzione francese; i due
del tesoro di S. Marco in Venezia, quello del Museo Civico di Bologna, quello conservato
nel Museo dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria in Roma; l’altro
dell’antica farmacia Pesci a Fontana di Trevi (Roma); quello conservato, in
Roma nella casa del marchese Patrizi, ambedue montati su di una testa dell’animale
scolpita in legno nel secolo XVIII; ed in ultimo l’esemplare montato a foggia
di bastone appartenuto a Lazzaro Spallanzani e conservato nel Museo
Spallanzaniano di Reggio-Emilia. Si ha memoria di possessori di questo corno
nelle persone di Papa Leone X, nelle cui spese personali è notata l’ingente somma
pagata dal pontefice ad un mercante di Francia che pagò uno di questi preziosi
oggetti solo scudi 12.000 perché mancava della punta. Il cardinal Madruzzi vescovo
di Trento 1547 ne possedeva uno lungo come un corno di bue, ma che facilmente
era una imitazione dato il prezzo mitissimo che fu pagato. Piccole coppe fatte
con l’avorio del corno venivano adoperate per contenere — prima di sorbirle —
le bevande che si sospettavano avvelenate. Per quest’uso però erano più
adoperate tazze ricavate dal corno di rinoceronte (monoceros). Tazze con
ricchissime decorazioni internamente ricoperte di avorio di unicorno si
conservano in Danimarca nel castello di Rosenborg.
Fin verso la fine del secolo XVI si è continuato a credere
alle molteplici virtù di questo corno. Torquato Tasso nel 1588 scriveva ad
Angelo Grillo a Genova di «procurargli un pezzo di questo avorio e
descrivergli il modo di usarlo». La difesa dell’Alicorno, di questa bestia
della quale tutti parlavano ma che nessuno aveva veduto, proveniva dall’Oriente
ed essendo questo commercio molto lucroso, presto ne furono fatte
falsificazioni con corno di cervo o con avorio di zanna di elefante. Forse
quello conservato al Museo Civico di Bologna è una falsificazione di
quest’ultimo genere. La fede indiscussa sull’azione terapeutica, antitossica e
preventiva per i cibi e le bevande avvelenate durò fin verso la fine del secolo
XVI, ma pian piano l’osservazione più accurata e l’esperimento cominciando a
farsi strada, sorse il dubbio sulle doti di questa sostanza. Il primo ad
insorgere fu il medico trentino Andrea Marini, seguito a breve distanza da Gian
Filippo Ingrassia, il quale nel suo « Methodus dandi relationes » scritto nel
1578, asserì che il corno di Liocorno non aveva alcuna proprietà di rivelare i
veleni mescolati ai cibi e che il ribollire della bevanda, in cui il corno era
immesso, dipendeva dal sostituirsi del liquido all’aria contenuta negli spazi
dell’avorio (e ciò specie nel caso in cui il corno fosse stato fossile). «
E’ duobus enim, quae de ipso referuntur, alterum quidem, quod praesente veneno
resudet, fai- sissimus esSe rectius Ponzetta declaravit; alterum
vero ridiculum est, quoniam scilicet in aqua eo iniecto spuma quaedam
supematare conspiciatur ; ac si non idem omnibus aridis ossibus, quam
praetiosis lapidibus, contingeret; dum in cavernulas illas porosque
subingreditur aqua, in- ternusque interim aer propulsus e vestigio sursum
petat, spumamque portiunculis aquae immixtus generet; sed nec evidens
juvamentum praeter immaginàtionem ex eius as-sumptione conspeximus ». E delle
proprietà antitossiche del corno dubitarono o del tutto le negarono nel secolo
XVI anche Silvatico, Augusto Ricchi, Monardes ed Ambrogio Paré, il grande
chirurgo francese ugonotto, al quale Carlo IX la notte di S. Bartolomeo salvò
la vita, nascondendolo nella sua stanza da letto.
Scosse così dalle basi le virtù medicamentose della
portentosa sostanza, sorse il desiderio di conoscere a quale animale, essa
realmente appartenesse. E la scoperta, come è stato anche per molte altre,
avvenne per puro caso. Il medico e naturalista danese Ole Worm (1588-1654), che
da giovane aveva per 6 mesi seguito a Padova i corsi di Fabrizio
d’Acquapendente e che ingiustamente ha dato il suo nome alle ossa
sopranumerarie del cranio umano già scoperte da Bartolomeo Eustachi, possedeva
una bella raccolta di oggetti appartenenti alla medicina e storia naturale, uno
cioè di quei musei privati sorti nel secolo XVII e che sono stati i padri dei
musei pubblici. Di questa raccolta aveva in un grosso volume in folio «
Historia rariorum musei Wormiani » pubblicato postumo nel 1655, illustrato i
pezzi scelti fra i quali il cranio di un cetaceo di media grandezza con la
mascella superiore terminante in un grosso corno di avorio a tortiglione ed
appuntito simile a quello del liocorno. Questo importante esemplare gli era
stato donato da un gentiluomo danese chiamato Frijs ed il catalogo diceva
essere stato trovato in una spiaggia di Groenlandia. Circa 50 anni dopo (1671)
un altro naturalista Federico Martens asserì che questo cranio apparteneva ad
un genere di cetacei, che i groenlandesi e gli islandesi chiamavano Narwhal,
cioè balena che si nutre di cadaveri. Era quindi trovato l’animale da
sostituire al leggendario liocorno. A quest’animale i pescatori irlandesi davano
intensa caccia, giacché ne usavano la carne e l’olio ricavato dal grasso. Se
apriamo un testo moderno di storia naturale e cerchiamo fra i cetacei la voce
narvalo, troviamo che con questo nome è indicato un genere che insieme al
delfino ed alla focena costituisce la seconda tribù dei cetacei. Il narvalo, che
di poco differisce dalla focena, è caratterizzato da una singolare arma di
offesa e difesa. Dei due denti incisivi della mascella superiore uno si atrofizza,
mentre l’altro per compenso si allunga straordinariamente in linea retta in
forma di troncone di lancia medioevale da giostra. Esso è di avorio, arrotondato,
scanalato a spira, terminante a punta e lungo un terzo del corpo dell’animale,
ma che in casi eccezionali può arrivare quasi alla metà. Questo cetaceo vive in
frotte nei mari che bagnano l’Islanda e la Groenlandia. E’ velocissimo nel
nuoto e ciò costituisce una difficoltà per la sua cattura isolata. I pescatori
si sono valsi per cacciarlo dell’abitudine che ha il narvalo di vivere in
branchi. Stretti allora da diverse barche finiscono per intralciarsi l’un
l’altro ed impediti così nei loro movimenti vengono facilmente presi con la
fiocina. L’avorio del dente di narvalo è bellissimo, ma tende, al giallo. Le
difese dei narvali fossili sono molto più scure ed in questi casi essendosi
l’avorio tramutato in calcare da luogo, gettato nell’acqua, ad uno sviluppo di
bollicine d’aria alla sua superficie. Nel medioevo questo fenomeno dette luogo
alla credenza che ciò rivelasse l’avvelenamento delle bevande. Gli islandesi
fabbricano con l’avorio del dente di narvalo le punte delle frecce e delle fiocine
ed i piuoli per la costruzione delle loro capanne. Dice Figuier che, dopo
conosciuta l’origine del leggendario corno dell’Alicorno, « in breve l’unicorno
cessò di essere un oggetto di prezzo esorbitante a cagione della sua rarità e
delle sue pretese virtù».
Gli artisti medioevali svedesi, norvegesi ed islandesi
della scultura in avorio adoperarono spesso il dente, di narvalo per farne
figure dei pezzi degli scacchi, laminette, ornate di bassorilievi per
cofanetti, coperture di specchi e pettini. Perfino il trono dei re danesi, ora
castello di Rosenborg, venne intagliato in tal genere di avorio. E per la
fortuna delle cose il celebre corno di quell’animale leggendario che
impersonava la ferocia, la fortezza e la purezza, passò dal laboratorio dello
speziale e dalla camera da pranzo di re e di principi nello studio dei naturalisti
e nelle vetrine dei loro musei a dimostrare le armi potenti, di cui la natura
fornisce alcuni animali. E se Cuvier ripeteva « da un unghia posso
ricostruire un leone, ex ungue leonem » per il narvalo si potrebbe
giustamente sostenere « ex dente narvalum ».

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